La giornata di lavoro è finita, rientriamo in casa stanchi e sfiniti, l’unico desiderio è fare una bella doccia e sprofondare sul divano. Appena apriamo la porta, una carica di energia ci investe e ci ricorda che abbiamo un cane! Lui ci guarda e con occhi imploranti ci chiede attenzioni. Ok, guinzaglio e pettorina e si va fuori per il giro bisogni. Finalmente soddisfatti i bisogni primari, letto il giornale canino pattugliando con il naso tutto il giardinetto, fatte due slappate d’acqua…ora si avventa su un bastoncino di legno e ci guarda di nuovo con occhi imploranti…GIOCHIAMO?!!

La maggior parte degli umani compagni dei quattro zampe non si rende conto che quello sguardo è il portale per una realtà parallela, un mondo di fantasia che se colto per quello che è ci farebbe vivere ogni volta un’esperienza come Alice nel Paese delle Meraviglie.

Lo scorso mese ho avuto il piacere di ospitare Attilio Miconi, Istruttore Cinofilo Riabilitatore che si occupa da oltre trent’anni di cinofilia, con il suo seminario Mente In Gioco.

Attilio ci ha aperto gli occhi sul Paese delle Meraviglie in cui ci vogliono condurre i nostri cani.

Il gioco si esprime in clima rilassato, non risponde ad una necessità impellente, ci sottopone ad uno stress positivo (eustress) perché entrambe le parti possono interromperlo quando vogliono.

Il gioco:

  •  performativo, cioè un gioco molto movimentato con alto livello di fisicità e attivazione emozionale, senza ansia da prestazione.
  • cognitivo, caratterizzato dalla finzione e scambio dei ruoli, senza mettere in discussione i veri ruoli nel gruppo sociale familiare. Se nella quotidianità abbiamo strutturato una buona relazione con il nostro cane, nel gioco possiamo tranquillamente togliere il cappello del ‘leader indiscusso’ senza minare il reale rispetto che il cane nutre nei nostri confronti.
  • comico, finalizzato solo al puro divertimento ed emozioni positive.

Tuttavia il gioco svolge un ruolo molto importante, per questo lo è altrettanto saper giocare con il nostro cane e soprattutto dedicare tempo al gioco.

Il gioco permette di esprimere senza alcun fine dei modelli comportamentali che appartengono all’etogramma del cane e che nella vita reale hanno obiettivi precisi. E’ una sorta di allenamento e soprattutto di appagamento del cane, che accompagnandoci nella vita quotidiana umana spesso deve inibirne l’espressione.

Il gioco inoltre è un metodo di apprendimento, come ad esempio con il problem solving.

Ogni individuo ha una zona effettiva di sviluppo, cioè l’attuale capacità di risolvere un problema; una zona potenziale di sviluppo, cioè la capacità di risolvere problemi sotto la guida di un adulto o di un coetaneo più capace.

Attraverso il gioco, possiamo offrire la nostra collaborazione al cane per aiutarlo ad avanzare verso la sua zona potenziale di sviluppo. E’ importante però accompagnarlo a piccoli passi, in modo da restare sempre nel campo dell’eustress e non sottoporlo al contrario, cioè distress, che ne bloccherebbe lo sviluppo cognitivo.

E’ importante quindi giocare, “leggendo” sempre il nostro cane, mettendoci in piano di reale collaborazione, aiutandolo laddove non riesce senza però minarne l’autostima.

Cosa si intende per collaborazione?

Un esempio che mi ha colpito personalmente è stato sul gioco con la pallina, non proprio quello a cui siamo abituati ma simile. Se il cane non vuole lasciarci la pallina, spesso ci concentriamo su quest’ultima, come se fosse un affronto o una mancanza di fiducia. Attilio invece ci ha esortati a pensare al cane, ad aiutarlo realmente, dimenticando l’oggetto.

Ecco, credo che il Paese delle Meraviglie possa essere realmente scoperto facendo questo: giochiamo pensando al nostro cane!

_ Se volete sapere com’era il gioco della pallina… non mancate al prossimo appuntamento con Attilio Miconi_

 

Claudia Tomassini
The Dutch Dog

 

Uno degli aspetti che più mi affascina della relazione uomo cane è la capacità che due specie così diverse morfologicamente e filogeneticamente hanno di entrare in comunicazione. In realtà quest’aspetto mi affascina in riferimento a tutte le specie che in qualche modo entrano in rapporto con me, come ad esempio i tre somarelli che vivono nel terreno di proprietà dei miei genitori o le api che curo nel medesimo terreno.

I miei percorsi di studio sono stati tutti incentrati sulla cinofilia, poco so di come approcciare altre specie, men che meno gli imenotteri, tuttavia alcuni principi noti mi sono stati comunque d’aiuto.

La cinofilia ci dice che la comunicazione del cane è:

Olfattiva-feromonale → canale olfattivoferomonale.

Questo tipo di comunicazione utilizza: urine, feci, secreti ghiandolari, feromoni,  grazie all’olfatto e al paraolfatto.

I cani, come è noto, hanno un olfatto potentissimo : su una spiaggia lunga 500 mt ,larga 50 e profonda 50 cm possono percepire due singoli granelli di una sostanza  specifica.

Hanno anche un potente organo per utilizzare il paraolfatto, che si basa sulla percezione e secrezione di feromoni, acidi grassi volatili, che vengono percepiti dall’organo vomero-nasale (di Jacobson), localizzato nel palato.

I feromoni sono presenti a livello di urina, zona perianale, zona urogenitale, cuscinetti plantari, area facciale, linee mammarie, TUTTO IL CORPO. Vengono emessi e percepiti in modo inconsapevole: ciò che l’animale percepisce è un’emozione o una modificazione del livello di attivazione emozionale.

 Vocale → canale uditivo

La comunicazione vocale si divide in:

  • VERBALE: suoni dotati di un significato
  • COVERBALE: tono, timbro, volume, armonia
  • PARAVERBALE: sospiri, sbadigli, ansimi

Body language e aptica → canale visivo+tattile

Questo modo di comunicazione si divide in

  • L’aptica: il contatto fisico
  • La postura: la posizione complessiva del corpo
  • La mimica: espressioni facciali
  • Il gestuale: i movimenti delle varie parti del corpo (coda, testa, orecchie, arti, mantello)
  • La prossemica: come occupo lo spazio in relazione all’altro
  • La cinetica: come mi muovo

Per quel che riguarda l’aptica , è importante riconoscere zone fredde e zone calde. In generale, il contatto con le parti dorsali (testa, collo) è consentito solo se c’è confidenza.

La prossemica è la posizione del corpo rispetto al referente.

  • Frontale: confronto, opposizione
  • Laterale: collaborazione, ingaggio
  • Obliqua: accoglienza
  • Di schiena: chiusura dell’interazione
  • Dietro: delega di iniziativa, richiesta di Protezione

Relativamente alla distanza:

  • Vicinanza: affiliazione
  • Lontananza: nessuna affiliazione o appoggio

Quest’esposizione del tema della comunicazione tra cane è assolutamente riduttiva, ma c’è un motivo per cui ho scelto di parlare solo degli aspetti su elencati.

Grazie a queste informazioni , adattandole alla situazione e cercando di leggere le risposte del corpo sono riuscita ad entrare in relazione anche con Terry, Ringo e Asso.

E’ stato il mio primo approccio con questa fantastica specie: I miei somarelli sono animali curiosi, ma timorosi.

L’area in cui vivono è recintata, e le mie arnie sono all’interno. Le prime volte che entravo, magari anche bardata da apicoltrice, si avvicinavano curiosi pur mantenendo la loro distanza di sicurezza. Ad ogni mio movimento si ritiravano, per poi rifare qualche passo avanti.

Al che ho provato: ho mostrato loro il fianco (vedi Prossemica Laterale: collaborazione, ingaggio), sguardo laterale (segnale di pacificazione) , mano aperta con il palmo verso l’alto. Ecco che Terry, la più matura, si avvicina… mi sfiora la mano con il nasone. Pregavo che non volesse anche assaggiarla, ma non avevo paura, ecco perché non ho trasmesso emozioni negative tramite i feromoni.

Stesso meccanismo per le occasioni successive, e spesso trascorreva parecchio tempo tra l’una e l’latra, tuttavia ogni volta ottenevo più fiducia.  Non appena cambiavo postura, mettendomi frontale, la reazione era di allontanamento.

Oltre alla felicità di aver fatto infine amicizia con Terry, Ringo e Asso, la mia riflessione è andata a quanto l’appartenenza alla classe dei mammiferi si concretizzi in  similitudine di comportamento. Ci riteniamo una specie superiore: noi siamo uomini e loro sono animali. In realtà siamo tutti animali: provate ad andare incontro ad un estraneo frontalmente e a passo veloce e vedrete se il suo sistema limbico non si preparerà ad una reazione attacco/fuga.

A voi non sembra affascinante tutto ciò? A me fa impazzire!

Claudia Tomassini
The Dutch Dog

 

 

 

Un’ombra furtiva si aggira per il mio giardino!

Piccolo, scattante, cammina rasente la recinzione approfittando della chioma degli ulivi nani per nascondersi e osservarmi. Deve capire le mie intenzioni! Sto per fare qualcosa che può mettere in pericolo la sua sopravvivenza o sto semplicemente servendo la cena?

Quest’ombra è un cane di taglia piccola che vive con me da circa 4 anni.

E’ Gino, ed è un cane semi selvatico.

Gino è approdato in canile a circa 2 mesi, con altri 7 fratelli, nessuna notizia della mamma. I piccoli erano terrorizzati dagli esseri umani: la sola vicinanza causava l’immobilità, il cosiddetto freezing.  Di conseguenza per svolgere le attività quotidiane degli operatori, o quelle straordinarie dei volontari, i piccoli erano presi in braccio e spostati come piccole rigide statue.

L’adozione di Gino da parte mia fu più o meno consapevole: sinceramente credevo di poter lavorare sulla sua prosocialità, allargare le sue competenze, prepararlo al mondo e poi magari trovargli un’adozione ad hoc, altrimenti l’avrei tenuto io.

Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo la genetica!

Per molti mesi ho pensato fosse un fobico, come pure i suoi fratellini, alcuni dei quali purtroppo sono rimasti in canile. In realtà gli studi che ho intrapreso qualche tempo dopo aver accolto Gino in casa, che mi hanno portato a diventare Istruttore Cinofilo Riabilitatore, mi hanno aperto l’orizzonte.

Ricordo quando raccontavo ad un mio docente che avevo predisposto una Panic Room per Gino, così da permettergli di entrare nell’appartamento (lui preferiva chiudersi in un angolo del giardino) ed abituarsi ai rumori di una famiglia umana pur sentendosi sempre al sicuro. Mentre raccontavo parlavo della fobia di Gino, fino a che il docente disse: “se lui è capace di scegliere di entrare nella panic room, non è così fobico”.

Come non è così fobico? E quindi? Cos’è? Perché ogni volta che mi avvicino anche con la pappa in mano, cerca di confondersi con il muro, si irrigidisce come una statua e addirittura fa la pipi addosso.

Gino è un cane semi selvatico. Un cane che ha una struttura genetica leggermente diversa da quella dei nostri ‘pet’.

Ma come non addomesticato? Il cane è un animale domestico, anzi è l’ANIMALE DOMESTICO per antonomasia, amico fedele-il miglior amico dell’uomo!

Ciò non è del tutto vero: ci sono migliaia di cani nel mondo che pure avendo subito un processo di domesticazione non sono totalmente addomesticati, quindi non manifestano le caratteristiche di prosocialità, in particolare docilità che hanno i nostri cani.

Per approfondimenti rimando a letture più specializzate come: DOGS, di Raymond e Lorna Coppinger.

Tuttavia questa realtà è vissuta quotidianamente, direttamente da animalisti sul campo o indirettamente attraverso i social. Parlo degli innumerevoli post relativi a cani che vivono randagi, soprattutto nel Sud Italia, che sono oggetto di un accudimento malato da parte di volontari che cercano di catturarli e spedirli ovunque, dal Nord Italia alle Isole più vicine come Malta. Questi cani non hanno bisogno di essere salvati: hanno strutture sociali con divisione dei compiti per età, ruolo e rango, hanno capacità di sopravvivenza, flessibilità mentale per convivere con la società umana senza esserne partecipe. Sono cani preziosi, cani veri, non snaturati dalle manie antropocentriche che permeano la selezione di razza.

Gino è stato trovato con altri cuccioli e senza la mamma: volontari mossi dal principio del ‘tanto amore’ sottraggono i cuccioli che le sagge mamme mettono al sicuro mentre vanno a cercare il cibo. Li ‘salvano’ dalla strada per mandarli a morire psicologicamente, a volte anche realmente, in una gabbia di cemento, che sia quella di un canile o un lussuoso appartamento del centro di Milano.

Gino ora vive in campagna e quando gira libero per i campi apre il petto e tiene la coda ritta, orgoglioso delle sue capacità e delle sue competenze. Io e lui abbiamo raggiunto un equilibrio: io non lo stresso e lui non stressa me!

Siamo felici? No, lui sarebbe stato meglio in un gruppo sociale di cani liberi e il resto del nostro gruppo familiare, composto da altri 3 cani, non avrebbe dovuto gestire i problemi di integrazione e di comunicazione che abbiamo con lui.

L’importante tuttavia è che la nostra relazione, seppur zoppicante, sia basata sul rispetto.

Anche se ogni tanto Gino ha la faccia da…OMMIODDIOOOO…MORIREMO TUTTI!

Claudia Tomassini
The Dutch Dog

 

La cinofilia non è una scienza esatta, soprattutto perché ancora pervasa da convinzioni errate che si tramandano di padre in figlio.

Tali affermazioni però non sono innocue.

La mancanza di corretta informazione ha delle conseguenze e non solo nelle risposte comportamentali dei cani che vivono in famiglia, esse hanno anche ripercussioni a livello sociale, in termini di costi per la collettività oltre che questioni etiche.

Le convinzioni cui mi riferisco in particolare sono :’la femmina deve fare almeno una cucciolata altrimenti le vengono i tumori’, ‘se si castra il maschio gli cambia il carattere’ e tante altre tradizioni verbali che si riferiscono alla sfera riproduttiva dei cani.

Non è mia intenzione esulare dalle mie competenze, per cui vi rimando al vostro medico veterinario di fiducia per i dettagli che spiegano perché’ tali affermazioni sono prive di fondamento.

Quello che invece voglio denunciare sono le conseguenze.

I dati che seguono sono stati estratti dal RAPPORTO LAV 2018

“Il randagismo è un fenomeno ancora molto diffuso nel nostro Paese, sebbene in alcuni casi non se ne conoscano le dimensioni esatte a causa della carenza di dati completi e di numeri aggiornati, siano essi riferiti ai cani, ma soprattutto ai gatti(…).

In totale nel 2017 gli ingressi nei canili sanitari sono stati pari a 91.021 e solo il 38% dei cani è stato restituito al detentore.

Molto bassa la media di restituzione nel Mezzogiorno, pari ad appena il 6%, percentuale che sale man mano che ci si sposta verso il Nord Italia, con un 39% al Centro fino ad arrivare a un 69% di media per le regioni del Nord.
In Italia risultano 1.200 canili, così suddivisi: 434 sanitari e 766 rifugi (114 canili assolvono entrambe le funzioni).

Il 44% dei canili si trova nel Mezzogiorno, il 37% al Nord e il restante 19% al Centro.
In base ai dati che ci sono stati forniti mentre nel Centro-Nord sono presenti 94 gattili, questi sarebbero quasi inesistenti al Sud e nelle Isole, che ne registrano appena 7 e dove si rileva anche una scarsa attenzione per le colonie feline (7.934 colonie registrate contro le 53.944 del Centro-Nord) e per la sterilizzazione dei gatti (poco meno di 15.000 l’anno contro i poco più di 54.000 del Centro-Nord)”.

queste sono le conseguenze di quelle false credenze…

Tutto ciò ha un costo: migliaia di vite trascorse dietro le sbarre, in condizioni che spesso non riescono ad assolvere i bisogni minimi dei cani -ciò vale anche per i gatti- elencati nella Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali

“Libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione, mediante il facile accesso all’acqua fresca e a una dieta in grado di favorire lo stato di salute;
Libertà di avere un ambiente fisico adeguato, comprendente ricoveri e una zona di riposo confortevole;
Libertà da malattie, ferite e traumi, attraverso la prevenzione o la rapida diagnosi e la pronta terapia;
Libertà di manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche, fornendo spazio sufficiente, locali appropriati e la compagnia di altri soggetti della stessa specie;
Libertà dal timore, assicurando condizioni che evitino sofferenza mentale.”

Ha un costo economico che pesa sulle Amministrazioni comunali, molte delle quali si sono mosse per motivi etici o economici che sia, per la lotta al randagismo, sterilizzazione e re immissione nel territorio.

Tuttavia il problema permane perché le campagne promosse dagli Enti o dalle Associazioni Animaliste non riescono ad entrare nelle case. Sì, perché’ purtroppo il problema maggiore proviene dai cani di proprietà, i cui detentori sono ancora legati alle convinzioni di cui sopra.

Stiamo parlando di cani da pastore, cani da guardia di cascine agricole, ma anche di cani di razza con pedigree.

Personalmente negli ultimi 10 anni ho adottato dal canile, tra gli altri, ben 3 Siberian Husky! E vivendo nelle Marche non credo che siano fuggiti da una muta da slitta che ha perso il proprio musher!

Erano cuccioli di privati estimatori della razza che hanno voluto fare almeno una cucciolata, oppure si sono improvvisati allevatori per guadagnarci qualche soldo.

Fantastico vedere per casa da 6 a 10 frugoletti, foto su foto pubblicate in tenerissimi post su Facebook. In tanti s’innamorano, promettono di ‘tenerli benissimo’, altrimenti l’improvvisato allevatore mai e poi mai avrebbe ceduto il cucciolo, portano a casa il batuffolo di pelo.

Tutto è un sogno fino ai 6 – 7 mesi!

E poi?

E poi il cane cresce, perde l’aspetto paffuto, anzi un po’ si sgrazia mentre si sviluppa il corpo e il carattere. Entra nell’adolescenza- periodo difficile a livello comportamentale- e dopo qualche tempo finisce in canile, perchè la famiglia non riesce -non vuole imparare- a gestirlo.

 

E’ vero, non tutti finiscono in canile, perché chi ha un giardino lo relega lì, obbligando un animale sociale a condurre una vita di reietto della società. Solo una minima percentuale dei cani, soprattutto tra quelli di razza che ‘fanno fighi’, è adottato da persone consapevoli disposte a crescere insieme con lui.

Voglio porre l’accento che gli allevamenti professionisti non sono esclusi da questi scenari, ma se la riproduzione dei cani fosse limitata quanto meno a questa categoria, i numeri riportati sarebbero inferiori.

Come combattere ciò?

Occorre promuovere , sia a livello istituzionale sia privato, servizi qualificati per chi vive con un cane:

  • spazi
  • dog sitter
  • strutture pet friendly

competenti per dare supporto a chi ha deciso di condividere la propria vita con un cane.

Sappiamo che nell’arco di 10 – 15 anni la vita può cambiare ed è un diritto poter accedere a servizi che consentano comunque di continuare il cammino insieme al proprio cane.

Occorre anche rispettare chi dedica la propria vita professionale a fornire questi servizi, perché sono persone che si sono poste delle domande ed hanno cercato le risposte, formandosi con notevole impegno di risorse in termini di tempo e denaro.

 Ma non basta!

E’ fondamentale il coinvolgimento delle Istituzioni: non solo predisponendo strutture di accoglienza consone ai prescritti della Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali, o continuando a promuovere campagne di sterilizzazione.

E’ necessario introdurre regolari controlli sulla microchippatura, ma soprattutto perimetrare la riproduzione a fini di allevamento cinofilo attualmente con pochissimi limiti legali: allevamenti professionali, allevamenti amatoriali, negozi che vendono cuccioli.

E’ compito delle Istituzioni anche promuovere la cultura cinofila, per dare ai proprietari di cani gli strumenti per mettersi in discussione, rendersi conto della propria ‘incompetenza’ in materia. Le frasi dette devono essere sostituite da informazione concreta e basata su prove scientifiche. Deve essere noto che i dubbi sull’aspetto riproduttivo del cane devono essere sciolti rivolgendosi al Medico Veterinario ma coinvolgendo anche il Medico Veterinario esperto in Comportamento sulle eventuali conseguenze comportamentali: ogni cane è un individuo unico con risposte comportamentali diverse, per cui è importante valutare i giusti tempi per procedere ,ma comunque procedere o impegnarsi con cognizione di causa nell’evitare qualsiasi possibilità di accoppiamento incidentale.

E’ importante che la Società si renda conto che il costo di questi interventi è irrisorio rispetto ai costi sociali ed economici dei numeri riportati all’inizio di questa lettura.

Soprattutto che si renda conto che questi piccoli passi possono evitare la sofferenza di migliaia di creature che credono in noi!

Il solo posto al mondo in cui si può incontrare un uomo degno di questo nome è lo sguardo di un cane.
(Romain Gary)

Claudia Tomassini
The Dutch Dog

 

Nonostante un caldo ottobre, anche quest’ anno l’ Estate ha lasciato il passo all’ Autunno.

La natura si sta piano piano sopendo, le temperature si stanno abbassando, le giornate ormai si sono inesorabilmente abbassate.

Sta arrivando novembre, il mese autunnale per antonomasia, il mese in cui si commemorano i nostri cari defunti.

La tradizionale visita al cimitero il 1 novembre, ci riporta per un giorno a ricordare i cari persi. I cimiteri si popolano di viventi, di fiori, di lumini: celebriamo i nostri morti, perpetuando uno dei più antichi riti della storia dell’umanità. Le cerimonie funebri risalgono davvero alle origini dell’Uomo: molto di quel che sappiamo degli usi e costumi del passato è dovuto al ritrovamento di monumenti funebri o comunque semplici tombe, testimonianze delle celebrazioni di riti di sepoltura.

Il dolore della perdita del defunto avvicina le persone, ci si stringe a sorreggere e confortare chi sta vivendo il lutto, come a voler portare insieme quel terribile fardello. Si concede del tempo e si sopportano con pazienza anche nuovi comportamenti bizzarri, perché il lutto ha un periodo di elaborazione affinché possa essere superato.

Possiamo affermare altrettanto quando il defunto non è’ umano?

Purtroppo quando la vita ci costringe a rinunciare per sempre al nostro amico non umano, non possiamo permetterci di soffrire pubblicamente e tanto meno di celebrare un rito funebre riconosciuto.

A dispetto del nostro dolore, il nostro migliore amico per la legge diventa: una carcassa da smaltire.(scusate la brutalità)

I più fortunati hanno un po’ di terra dove seppellirlo e possono celebrare un rito personale o familiare.

In ogni caso tutto deve essere contenuto e vissuto dentro: non esiste congedo da lavoro se ti muore il cane o il gatto, non esistono telefonate di condoglianze o abbracci e spalle su cui piangere.

Piuttosto c’è la frase…quella  terribile frase…

E’ SOLO UN CANE (GATTO, PAPERA, CONIGLIO, MUCCA…)”

Di fronte a quella frase personalmente ho spesso rischiato di mettere le mani al collo di chi l’aveva proferita, ma io stessa mi sono vergognata del mio dolore!!!!

Vergognarsi del proprio dolore….

Sì, è questo che ci hanno fatto credere con le teorie antropocentriche che ci hanno inculcato: sono animali, non hanno anima (non sono una linguista, ma già dalla radice delle due parole si capisce che c’è un qualche controsenso); non vanno in Paradiso, non soffrono e non amano come noi.

Dunque perché piangerlo? Perché seppellirlo con cura, avvolgendolo con la sua copertina o mettendogli accanto il suo gioco preferito?

Se state leggendo quest’articolo sapete perfettamente perché…,

Sono “gli altri” che non lo sanno, ma non dobbiamo lasciarci influenzare da “gli altri”

Quando il nostro amico ci lascia dobbiamo ascoltare il nostro dolore, viverlo come quello che è: un lutto!

Abbiamo perso un legame affettivo, un membro della famiglia, abbiamo perso un pezzo di noi. Dobbiamo vivere liberamente queste emozioni per poter elaborare il lutto, allo stesso identico modo in cui accade per le perdite di cari umani. Dimentichiamo il giudizio che potrebbe venire da ‘gli altri’, perché loro purtroppo non possono capire.

Ce lo dobbiamo, per noi e a tutti gli amici non umani che arriveranno nella nostra vita, quando finalmente saremo pronti a ricominciare. Affrontare una nuova relazione con un animale, senza aver elaborato il lutto ci porterebbe a fare continui paragoni e il vivente sarà sempre perdente rispetto al defunto! Non avremmo la lucidità per apprezzare l’individuo che vivrà con noi e lo faremo soffrire.

Il rito….

Concediamoci anche la celebrazione di un rito funebre.

Quest’affermazione potrebbe sembrare un controsenso rispetto alla denuncia all’antropomorfizzazione di cui sopra. Forse lo è, ma il rito serve a noi umani perché siamo noi che dobbiamo superare il lutto.

Per noi umani il rito è importante: citando le parole della dottoressa Barbara Alessi in occasione del seminario ‘Per sempre…il lutto, il dolore, la perdita‘: “per poter elaborare il lutto si deve allontanare il defunto dai sensi”.

Celebrare un rito consente inoltre di riorganizzare le idee rispetto al disordine di un dolore devastante e destabilizzante, ritornare un minimo presenti a se stessi.

 

 

 

La Speranza…

C’è un altro fattore estremamente importante per affrontare il dolore del distacco forzato:  la speranza.

È scientificamente dimostrato che parole di speranza attivano le stesse aree celebrali della morfina!

Noi esseri umani abbiamo così tanto bisogno di speranza da arrivare ad aggrapparci alla religione nel momento del bisogno, pur non avendola mai professata prima.

Da qualche tempo tramite il web si è diffusa la poesia del Ponte Dell’Arcobaleno, praticamente  l’ alter ego del Paradiso per i 4 zampe.

Come sempre sul web si trovano opinioni contrastanti: chi sembra considerarlo verità assoluta, chi invece lo critica, accusando i primi di vendere fumo e inganno e riportando invece alla crudele realtà.

A mio parere torniamo al discorso iniziale, quello de ‘gli altri’ che ci fanno vergognare del nostro dolore. Intendo che se credere che il nostro gatto abbia attraversato il Ponte e ci stia aspettando dall’altra parte, può influenzare il nostro cervello e alleviare il nostro dolore, ben venga!

Accogliamo la speranza come sollievo, ignorando le critiche e le derisioni.

Consideriamolo anche una fase della vita che ci permette di valutare le persone che ci circondano, se sono in grado di accogliere il personale modo di vivere il lutto.

Ricordiamoci che ‘gli altri’ non devono permettersi di farci vergognare di quello che proviamo, che è importante che sia riconosciuta la lecita’ di un rito funebre e ben venga il Ponte Dell’Arcobaleno se serve a darci sollievo e a superare il lutto.

Comunque sia il nostro amico ha vissuto con noi, è in noi, nei nostri ricordi, nel nostro vissuto, in quello che siamo ora, in quello che ci ha insegnato ed aiutato a scoprire: noi oggi siamo come siamo anche grazie a lui!

Vivrà con noi per il resto della nostra vita, ci guiderà nelle scelte, sarà per sempre al nostro fianco, sarà sempre il nostro

Miglior Amico….

 

Claudia Tomassini
The Dutch Dog

Cosa significa vivere con un cane?

Questa è la classica domanda che si fa o si dovrebbe fare chiunque stia pensando di adottare un cane, che sia dal canile o dal più qualificato degli allevamenti.

La risposta è quasi scontata ormai, tanto gli specialisti del settore si prodigano per diffondere le nozioni minime per evitare rinunce e abbandoni. La risposta più comune è : il cane è un impegno.

Chi come me è abituato sin dall’ infanzia ad avere cani per casa, la risposta è veramente scontata…così tanto che ormai non realizzo nel quotidiano la reale portata di ‘un impegno’.

In eventi eccezionali invece realizzo quanto la mia vita sia diversa da quella di chi non ha cani.

 

Negli ultimi anni le vicende della vita mi hanno messo nella posizione di scegliere tra un viaggio di qualche giorno in aereo e affidare i miei cani a qualcuno di diverso da ‘nonni’ e gli ‘zii’.

Ovviamente ho trovato la sistemazione migliore per i miei cani, ma nonostante mi fidassi ciecamente del trattamento che sarebbe stato loro riservato, i giorni precedenti sono stati un travaglio di emozioni contrastanti. Sapevo che durante il giorno non avrebbero sentito affatto o poco il distacco, ma la sera , che è il nostro momento più intimo, si sarebbero fatti delle domande e mi avrebbero cercato.

Le loro abitudini sarebbero state stravolte: niente grattini sulla pancia mentre si guarda la televisione, niente fischio per andare tutti a letto al piano di sopra, niente risveglio coccoloso al mattino.

Come spesso accade, il travaglio induce riflessione: ecco cosa significa la frase ‘il cane è un impegno’…

Significa convivere. Una parola che può far paura.

Significa pensare ad organizzare la tua giornata ed anche la loro.

Significa organizzarti per far rientrare nelle 24 ore il tempo per il tuo e loro riposo, la preparazione e la consumazione del tuo e loro cibo, la loro passeggiata e svago con la tua palestra e il tuo lavoro, i tuoi e loro bisogni di confronto sociale.

Significa che il fine settimana non puoi sprofondare nel divano come la stanchezza della settimana ti imporrebbe, ma devi pensare a dove puoi portarli per appagare le loro motivazioni innate.

Se si ha più di un cane, significa osservarli per sapere quali sono i desideri e motivazioni di ciascuno di loro.

Significa che devi rinunciare a quelle belle serate che prima del loro arrivo trascorrevi con i tuoi amici.

Significa che anche se hai fatto tardi la sera, ti dovrai svegliare presto perché tu ti sei divertito e ora tocca a lui.

Significa che durante la notte sarai svegliato perché ha la diarrea o deve fare una pipi irresistibile. Lui si riaddormenterà come piombo, tu resterai a fissare il soffitto minacciando di mettere il lucchetto a tutte le ciotole.

Significa che per viaggiare e lasciarli soli devi avere la fortuna di trovare qualcuno a cui affidarli che sai che li tratterà come te. E prima di lasciarli, comunque penserai a se staranno bene, se piangeranno, se ti cercheranno , se la delusione di non trovarti più li potrà ferire e minare la relazione che avete costruito, se la mancanza del loro mondo e delle loro abitudini potrà farli soffrire.

Convivere con uno e più cani significa pensare in due (o tre, quattro, ecc.ecc.)

Significa far parte di un organismo unico, che se muove all’ unisono, un po’ come un alveare. Se così non fosse, allora si ha un cane ma non si vive con un cane….

Claudia Tomassini
The Dutch dog

Sono figlia di un cinofilo appassionato di cani da caccia. Mio padre conosce i suoi cani trascorre molto tempo con loro, eppure molte domeniche , mentre lo aspettavamo per il pranzo, arrivava la telefonata: “resto qui perché Ala/Astra/Kira/Brisco ancora non torna”.

Buon sangue non mente! Nonostante abbia cambiato tipologia di razza, ne ho scelta una ancor peggiore, i Siberian Husky e anche io ho provato molte volte quella tremenda sensazione.

Immersi nella natura, godi della passeggiata con il tuo amico che snasa a destra e a manca e ogni tanto si allontana poi volge lo sguardo verso di te e riparte. A un certo punto, fatidico punto, il suo sguardo si alza e diventa serio , da professionista, butta il naso a terra…e parte in corsa finché non diventa un puntino all’orizzonte o si infila in una macchia in cui potrebbe entrare solo Rambo.

“Ok,ora torna” ….cominci a ripeterlo come un mantra. Poi diventa..”ma perche’ ancora non torna”. Quindi c’è la fase della furia omicida: “Quando torna lo uccido”. Infine, l ultimo stadio: “Ti preeeeegoooo, toooorna!” condito da abbondanti lacrime se sei una donna.

Film horror iniziano ad essere proiettati nella tua testa, in cui vedi il tuo pezzo di cuore nelle fauci di un lupo, anche se sei a 5 km dalla citta’. Sei ormai ridotto a riconsiderare  a come potrai vivere senza di lui…ed ecco che senti un rumore di frasche , un galoppo e vedi il tuo cane che ti corre felice incontro per venire a dirti con il suo sguardo : “ohhhh, ma non sai che ti sei perso! Una figata pazzesca!”

Sul tuo viso si apre un sorriso smagliante, lo guardi come se avessi vinto una lotteria e lo uccidi di baci, cosi da farlo scappare di nuovo schifato.

Purtroppo i proprietari di cani fortemente esplorativi, perlustrativi come razze da caccia o siberian husky sanno bene che questi momenti possono prolungarsi per ore.

Cosa fare dunque in quelle situazioni?

Posto che non esiste una ricetta perfetta, esistono pero’ dei comportamenti consoni alla natura del cane che possono aiutarci a ricongiungerci.

I cani  si allontanano ma tendenzialmente sanno sempre dove ci troviamo noi.

Se il cane ci perde di vista, torna sempre nell’ultimo posto in cui siamo stati insieme. L’ottimo sarebbe comunque quello di non muoversi dall’ultimo punto in cui abbiamo avuto un contatto visivo. Se dopo averlo perso di vista ci muoviamo , diamo un segnale vocale nella direzione in cui ci siamo incamminati.

Il cane ha una grande capacita’ di mappare il territorio. Lo fa con 3 metodi:

Dead Reckoning: ha la capacità di raccogliere informazioni sulla propria velocità, direzione del vento, salite, discese, curve ecc.ecc

– Per punti di riferimento

Mappa cognitiva: ha la capacità di creare associazioni fra i vari punti di riferimento.

E’ sempre in grado di ripercorrere la strada fatta fino al punto in cui ci siamo separati o addirittura, se li non ci trova, il punto in cui e’ iniziato il percorso insieme, come ad esempio l automobile.

Nel caso in cui fossimo costretti ad abbandonare il luogo, e’ bene lasciare o un nostro indumento o ancor meglio la copertina del cane, cosi da dargli un riferimento di attesa e l’aspettativa che ritorneremo a prenderlo.

Non alzare la voce nel richiamo: sforziamoci di avere il tono piu tranquillo e cordiale possibile. Il cane non ci ha fatto un dispetto. Probabilmente la nostra relazione con lui ha delle lacune da rinforzare, o semplicemente il capriolo era troppo allettante per rinunciarci. Il cane può essersi lasciato trasportare dall’emozione, per poi essersi reso conto di essersi allontanato molto. Se non e’ allenato ad esplorare e quindi a costruirsi la mappa mentale del territorio, può andare in panico: sentire la nostra voce rassicurante lo aiutera’ ad orientarsi.

Altra cosa fondamentale: il nostro stato d’ animo al momento dello sgancio del guinzaglio. Se temiamo che il luogo in cui siamo possa nascondere dei pericoli, se non siamo sicuri delle reazioni del nostro cane, se non ci sentiamo in forza quel giorno…non molliamo quel guinzaglio. Piuttosto che correre felice,  per questa volta il nostro cane farà dei giochi di ricerca, o di mobilita’ che avremo preparato come sostituto della libertà.

Se voi non siete tranquilli, il livello di attivazione del cane già alto sarà accompagnato da inquietudine trasmessa per osmosi emozionale. In questo modo aumentano le probabilità che si allontani, anche perche’ si fa carico della nostra protezione. Inoltre in caso di allontanamento, non avremo la lucidità per prendere in mano la situazione

Il mercato offre alcuni strumenti di rilevazione gps da agganciare al collare o pettorina del cane: possono darci maggiore sicurezza e comunque aiutarci a trovare il nostro amico nel caso in cui si fosse messo veramente nei guai

Visto che ora avete un elenco di altre 4 o 5 cose da fare prima di arrivare al “Ti preeeeego, toooorna… “ vi prego…sganciate quel guinzaglio!

Lavorate con un educatore per costruire una solida relazione. Andate in campagna, in un posto in cui vi sentite sicuri e sganciate il guinzaglio!  Godetevi il movimento in libertà del vostro cane, la sua caninita’, il suo evocare il predatore che furono i suoi avi, anche se solo per gioco.

E’ l’unico modo per ricordare a noi stessi quanto e’ bella anche la nostra animalita’.

Claudia Tomassini
The Dutch Dog